La storia infinita di TikTok
Il cast
La triade di TikTok
- Zhang Yiming, co-fondatore di ByteDance
- Alex Zhu, co-fondatore di Musical.ly
- Neil Shen, il re Mida del venture capital cinese
Il nuovo complesso militare-tecnologico USA contro TikTok
- Peter Thiel, investitore e ideologo della fusione militare-tecnologica
- Tom Cotton, il click-bait anti-cinese
- Mike Gallagher, dal Congresso a Palantir
I vincitori provvisori
- Larry Ellison, co-fondatore di Oracle
- Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Facebook, ora Meta
- Jeff Yass, co-fondatore di Susquehanna
- La Malesia
La scheggia imprevedibile
- Donald Trump
Le parti dirette e indirette delle vicende giudiziarie
- Il management instabile di TikTok
- I vari investitori statunitensi e internazionali di ByteDance
- I “creatori” che denunciano il governo USA
- I giudici degli Stati Uniti
Introduzione
TikTok è la grande saga della nostra epoca di capitalismo politico, in cerca di un nuovo e tempestoso equilibrio tra le esigenze della sicurezza nazionale e quelle dei mercati globali. È una storia infinita.
Come in un viaggio a cavallo del Fortunadrago che la generazione TikTok non ha conosciuto ma può cantare con “Stranger Things”, vi porterò per l’ennesima volta alla sua scoperta.
D’altra parte, scrivo di questo tema dal 2019 e non ho mai avuto un account su TikTok. Pertanto, dopo aver scritto di TikTok, tra l’altro, ne Le potenze del capitalismo politico (2020), Il dominio del XXI secolo (2022), Geopolitica dell’intelligenza artificiale (2024), posso anche scriverne più nel dettaglio qui gratis. Poi chi vuole potrà studiare i miei libri, per capire meglio il contesto in cui TikTok si colloca.
Per la sua ascesa e i suoi conflitti, TikTok incarna perfettamente i nodi della tensione tra Pechino e Washington, da un rapporto stretto di interconnessione e arricchimento reciproco fino alla problematica separazione in corso. In mezzo, un lungo gioco di specchi, utenti e soldi, tra diffidenze e contrasti, sia politici che giudiziari.
Tutto ciò viene amplificato, nel corso del tempo, dal successo dell’applicazione e dalla sua presa sulla popolazione più giovane. Fino all’alone che finisce per raffrontare un’enciclopedia mastodontica di video brevi col rovescio delle guerre dell’oppio.
Imprenditori e investitori nella rotta sino-americana
La saga di TikTok non si può comprendere se non partiamo dai tre protagonisti chiave: Zhang Yiming, Alex Zhu, Neil Shen.
Nel canale YouTube di ByteDance, è ancora presente il video del 2019 in cui Zhang Yiming, classe 1983, torna trionfante nell’anonimo appartamento di Pechino in cui nel 2012 ha fondato il suo grande gruppo tecnologico con l’amico e coinquilino Rubo Liang (oggi CEO di ByteDance).
L’inizio degli anni ’10 è un’epoca d’oro dell’espansione tecnologica cinese e delle sue aspettative, in un mercato digitale che si allarga sempre di più. Zhang Yiming, che ha lavorato per Kuxun e per Microsoft, ricorda lo slogan appreso in un sito di costruzioni a Pechino, “Posto piccolo, grande sogno”, che lo ispira nel corso degli anni. ByteDance riesce a sfruttare fin dall’inizio le opportunità del mercato cinese con l’aggregatore di notizie Toutiao, prima di lanciare un’applicazione per video brevi, Douyin, nel 2016. Nei ruggenti anni ’10 cinesi, gli investimenti nel digitale vedono l’essenziale presenza delle risorse degli Stati Uniti, grazie ai nomi più altisonanti della Silicon Valley, ansiosi di cogliere tutte le opportunità del mercato cinese. Col round di investimento Series C annunciato il 3 giugno 2014, ByteDance ha già una valutazione pre-money di 400 milioni di dollari. L’investitore principale è Sequoia Capital China, il braccio cinese di uno dei principali fondi di venture capital della Silicon Valley, che vedremo presto da vicino nella nostra saga.
Mentre Zhang Yiming compie i primi passi del suo impero in Cina, decine di migliaia di ingegneri, ricercatori e startupper cinesi lavorano negli Stati Uniti. Tra loro c’è Alex Zhu, giunto nella Silicon Valley come dipendente della tedesca SAP. La leggenda vuole che un giorno, mentre con l’amico e socio Luyu Yang è sul treno da San Francisco a Mountain View, Alex Zhu veda un gruppo di ragazzini che si divertono ascoltando musica sui loro smartphone, mentre alcuni di loro girano i video della scena e altri canticchiano e mimano le espressioni delle canzoni. L’illuminazione conduce i tecnologi cinesi in cerca di fortuna a sviluppare un’app incentrata sulla sincronizzazione labiale in video di 15 secondi.
Così, nel 2014, mentre ByteDance prende i soldi di Sequoia e degli altri investitori, nasce Musical.ly, tra San Francisco e Shanghai. È un enorme successo, che giunge presto alla vetta dell’app store e che suscita l’interesse di un altro protagonista della saga: Mark Zuckerberg. Facebook nel 2012 ha già acquisito Instagram e tra il 2013 e 2014, in risposta agli investimenti di Google, ha rafforzato in modo significativo le sue attività sull’intelligenza artificiale, anche grazie a Yann LeCun, uno dei principali scienziati del settore al tempo noto come deep learning. Nonostante alcuni abboccamenti, Facebook non acquista Musical.ly (che, teniamolo a mente, è un’azienda statunitense fondata da cinesi): a comprarla è proprio ByteDance di Zhang Yiming, che tra il 2017 e il 2018 perfeziona l’operazione. Proprio il 2018 sancisce inequivocabilmente che ByteDance è un’azienda cinese e deve operare secondo le regole del suo sistema. Zhang Yiming, dopo la comparsa di contenuti inappropriati in Toutiao, scrive una lettera pubblica l’11 aprile 2018 di “apologia e riflessione”, dove esprime le sue scuse per essersi allontanato dai “valori socialisti”, ringrazia il supporto del governo allo sviluppo tecnologico e allo stesso tempo si dispiace l’enfasi eccessiva che lui stesso ha dato al ruolo della tecnologia, dichiarandosi pronto a rafforzare il lavoro di “costruzione del Partito” e dei principi valoriali di Xi Jinping, anche attraverso l’aumento dei controllori di contenuti da 6.000 a 10.000 persone.
Nel mentre, il ritmo del capitalismo politico è già accelerato. Nel 2015, la presentazione del piano Made in China 2025 rende espliciti gli obiettivi di Pechino del dominio di alcune filiere tecnologiche digitali ed energetiche, tra cui i semiconduttori e le batterie. Huawei rafforza le sue posizioni negli standard di telecomunicazioni e nelle forniture dei Paesi occidentali. Nel 2016, Barack Obama con un ordine esecutivo impedisce l’acquisizione di Aixtron, società tedesca di macchinari di semiconduttori, da parte di investitori cinesi.
Già nel 2007, Niall Ferguson e Moritz Schularick hanno coniato l’espressione “Chimerica” per descrivere la relazione problematica tra Pechino e Washington. Ferguson e Schularick dapprima individuano nella crisi finanziaria un possibile punto di svolta per gli squilibri di un rapporto economico “mostruoso”, appunto chimerico. Invece, lo sviluppo digitale cinese successivo alla crisi finanziaria approfondisce il legame tra Pechino e Washington. O meglio, Pechino (o Shenzhen) e Menlo Park.
L’eroe eponimo di questa relazione è senz’altro Neil Shen, figura chiave delle attività di Sequoia Capital in Cina fin dal 2005. Da un lato, Sequoia è un simbolo del venture capital statunitense e globale: dagli anni ’70, ha investito in aziende come Apple, Google, YouTube, Airbnb, WhatsApp, e molte altre. Per dare un’altra idea del suo impatto, ricordiamo solo che negli anni ’80 e gli anni ’90 il leggendario fondatore, Don Valentine, ha tra l’altro supervisionato l’investimento in LSI Logic, l’azienda di semiconduttori in cui Jensen Huang lavorava quando ha fondato NVIDIA, in cui Sequoia Capital ha investito fin da subito, inserendo il suo partner Mark Stevens fin dal 1993 nel consiglio di amministrazione di NVIDIA, di cui è tuttora membro. Dopo Valentine, la nuova leadership di Sequoia a metà degli anni ’90, Doug Leone e Michael Moritz, imbarca la società in un’ambiziosa espansione internazionale, incentrata su Cina e India. In Cina, la figura decisiva è appunto Neil Shen, classe 1967.
Quando avvia Sequoia Capital China, Neil Shen ha già vissuto tre altre vite: la prima, di studente modello in Cina che poi perfeziona gli studi in management negli Stati Uniti; la seconda, di banchiere di investimento che negli anni ’90 coglie le nuove opportunità del mercato cinese; la terza vita, tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del secolo, da fondatore di aziende, in particolare il conglomerato turistico Ctrip.com. Nella sua quarta vita, Neil Shen diviene il più grande investitore di venture capital della storia dello sviluppo digitale cinese, contribuendo, soprattutto nei ruggenti anni ’10, alla crescita di aziende come Alibaba, Meituan, JD.com, Pinduoduo, ma anche il campione dei droni DJI e, come abbiamo visto, la stessa ByteDance. I ritorni degli investimenti e la crescita degli asset gestiti mostrano le eccezionali capacità di Neil Shen, il quale concorre anche per la leadership globale di Sequoia ma non viene selezionato e vede il proprio ruolo in termini sempre più indipendenti.
Dopo la vendita di Musical.ly a ByteDance, Alex Zhu decide di andare per qualche mese a Shanghai ad ascoltare jazz, prima di dirigere TikTok, dove lascerà i ruoli operativi nel 2020. Nel 2021, lo stesso Zhang Yiming lascerà il ruolo di presidente di ByteDance, nel cui consiglio di amministrazione siede ancora oggi Neil Shen, che nel 2024 guida un fondo formalmente separato da Sequoia Capital, dal nome HongShan, che traduce Sequoia in cinese.
Nel mentre, TikTok, con la sua crescita trainata da un algoritmo in cui i contenuti non sono veicolati sulla base di una rete di contatti preesistente, si trova sempre più al centro dei conflitti globali. Perché?
Il contrattacco di Zuckerberg e la sua logica
Il 17 ottobre 2019, alla Georgetown University, Mark Zuckerberg si dichiara preoccupato dalla strategia cinese su Internet e del suo successo:
La Cina sta costruendo una sua Internet basata su valori molto diversi, e sta esportando questa visione in altri Paesi. Fino a poco tempo fa, Internet in quasi tutti gli altri Paesi fuori dalla Cina è stata definita da piattaforme americane con forti valori di libertà di espressione. Non c’è alcuna garanzia che questi valori vinceranno. Un decennio fa, quasi tutte le principali piattaforme Internet erano americane. Oggi, sei delle principali dieci sono cinesi.
Il fondatore di Facebook vede un pericolo nei social media, e nomina direttamente il suo avversario:
Mentre i nostri servizi, come WhatsApp, sono usati ovunque da manifestanti e attivisti per via della forte crittazione e delle protezioni della privacy, su TikTok, l’app cinese che cresce in fretta nel mondo, le menzioni di queste proteste sono censurate, anche negli Stati Uniti.
L’esperienza cinese per Facebook, come per altri giganti tecnologici degli Stati Uniti, è una storia di tentativi e di conflitti. Zuckerberg stesso nei ruggenti anni ’10 si reca spesso in Cina, per trovare un accordo – un accordo politico, col Partito Comunista Cinese – sulle operazioni dell’azienda. E nel discorso di Georgetown, riconosce il suo negoziato infruttuoso col Partito Comunista Cinese:
Ho lavorato duramente per portare i nostri servizi in Cina. Ma non ci siamo mai riusciti ad accordare su cosa fosse necessario per noi per operare lì, e non ci hanno fatto entrare.
La storica direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg, nello stesso 2019 risponde all’ascesa degli argomenti di quella che poi sarà nota come nuova scuola Brandeis dell’antitrust (di cui fa parte la presidente della Federal Trade Commission nominata dall’amministrazione Biden, Lina Khan), utilizzando lo spauracchio del potere delle aziende cinesi, che non sono sottoposte alla regolazione. Secondo quest’argomento, i giganti americani non devono essere regolati perché sono i “nostri”, e perché il loro potere non è un problema di “potere di mercato” ma una questione di sicurezza nazionale, la difesa dei valori degli Stati Uniti.
Nell’ottobre 2019 a Washington, Zuckerberg testimonia al Congresso su Libra, il progetto poi abortito di una valuta digitale, ma incontra anche a cena l’allora presidente Trump, il suo genero Jared Kushner, e poi Peter Thiel, consigliere e finanziatore di Trump, nonché co-fondatore di PayPal e Palantir e primo investitore esterno in Facebook e membro del consiglio di amministrazione di Facebook/Meta dal 2005 al 2022.
Sugli argomenti di discussione di quell’incontro le ricostruzioni sono discordanti. Il biografo di Thiel, Max Chafkin, riprendendo anche un passaggio del discorso di Georgetown in cui Zuckerberg dice che non è giusto per un’azienda privata censurare i politici in una democrazia, sostiene che il fondatore di Facebook abbia promesso a Trump che non ci sarebbe stato fact-checking sui discorsi politici in cambio di un approccio morbido alla regolazione. Altre ricostruzioni, come quella del Wall Street Journal, sostengono che Zuckerberg abbia parlato direttamente con Trump contro TikTok.
In ogni caso, questi incontri si inseriscono in una prospettiva di mercato e in una tendenza politica.
La prospettiva di mercato riguarda, tra il 2018 e l’inizio del 2020, la capacità crescente di TikTok di attirare utenti in nuovi mercati, le frontiere su cui un’applicazione controllata da un conglomerato cinese compete coi giganti americani, violando la regola non scritta di una separazione dell’orizzonte cinese col resto, rispettata invece da applicazioni di grande successo come WeChat. Non contra solo l’influenza negli Stati Uniti e in Europa ma anche la sfida in mercati come Brasile, India e più in generale nel Sud-Est asiatico.
La tendenza politica è la guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina, la trappola in cui TikTok non può non entrare perché tutto è già in moto e perché l’approccio di Washington sul tema è e sarà bipartisan (aspetto che dovremo spesso ribadire).
Sempre nell’ottobre 2019, il democratico Chuck Schumer e il repubblicano Tom Cotton scrivono a Joseph Maguire, acting director della National Intelligence, una lettera contro TikTok, chiedendo una valutazione dell’intelligence dei rischi di sicurezza nazionale posti dall’applicazione e da altre piattaforme basate in Cina che operano negli Stati Uniti.
Il professore di diritto alla Columbia Tim Wu, che collaborerà in seguito con l’amministrazione Biden, scrive nel 2020 che gli Stati Uniti si devono svegliare una volta per tutte, abbandonando gli idealismi degli anni ’90 sul cosmopolitismo digitale, una fantasia a cui non crede più nessuno. Proprio gli ideali dell’apertura richiedono un approccio realistico contro la Cina, perché è Pechino a rifiutare di seguire le regole di una rete aperta. Sul tema cinese si registra quindi una convergenza profonda tra due visioni molto diverse della concorrenza nella tecnologia: l’ala di Khan-Wu e quella di Peter Thiel, l’influente investitore che pensa che “la competizione sia da sfigati” e che, nella versione di Schumpeter con gli steroidi che ha diffuso attraverso il suo vangelo dell’imprenditorialità “Da Zero a Uno”, l’innovazione sia alimentata dalla ricerca e dallo sfruttamento del monopolio.
2020: l’arte degli affari di Trump, l’arte giudiziaria, l’arte di Instagram in India
Nel 2020, tutti questi presupposti portano a un’accelerazione dei provvedimenti e dei contrasti attorno a TikTok.
Anzitutto, il governo degli Stati Uniti ha titolo per intervenire sulla vicenda perché la storia di TikTok, come abbiamo visto, si porta appresso il caso Musical.ly. TikTok, nella sua forma attuale, esiste perché ha acquistato proprietà intellettuale statunitense, anche se sviluppata da cinesi, e perciò il Committee on Foreign Investment in the United States (CFIUS) può tecnicamente intervenire in modo retroattivo, in analogia a ciò che ha già fatto nel caso nell’acquisizione cinese di Grindr, anche sulla base dei nuovi poteri della legge approvata nel 2018, Foreign Investment Risk Review Modernization Act (FIRRMA).
Nel caso di Grindr, applicazione largamente usata dalla comunità LGBTQ+, il CFIUS ha prima forzato la vendita (in astratto) e poi è intervenuto nel processo di vendita, approvando tra le altre offerte quella di un veicolo di investimento, chiamato San Vicente, costituito nel 2020, lo stesso anno in cui ha acquisito Grindr. La società cinese Kunlun, che aveva comprato Grindr nel 2018, è uscita con un profitto dalla vicenda.
Il caso di TikTok è differente in termini quantitativi: per Grindr, parliamo di valutazioni di centinaia di milioni, per TikTok parliamo di valutazioni di decine di miliardi. Anche quando gli strumenti di capitalismo politico degli Stati Uniti, come il CFIUS, intervengono, esistono dei costi da considerare, oltre che degli strascichi giudiziari. Le vicende del 2020 vanno considerate anche secondo questa lente.
Nel 2020, quando TikTok raggiunge circa 100 milioni di utenti, l’amministrazione Trump agisce contro TikTok attraverso due strumenti: il primo, sulla base della dichiarazione dell’emergenza nazionale nelle telecomunicazioni dell’ordine esecutivo del 15 maggio 2019, è l’ordine esecutivo del 6 agosto 2020; il secondo, sulla base della solita questione dell’acquisizione di Musical.ly di ByteDance, è l’ordine esecutivo del 14 agosto 2020. Trump rivendica pubblicamente l’impatto economico del ruolo politico del governo, dicendo che grazie alla sua azione “gli Stati Uniti dovrebbero avere una vasta percentuale” dell’affare.
Nell’estate 2020, l’approvazione di questi ordini esecutivi viene tradotta nella scena mediatica e pubblica nel “bando” di TikTok che sta per entrare in vigore e, a livello economico, in una trattativa per la vendita di TikTok negli Stati Uniti. Su quest’ultimo aspetto, tre aziende statunitensi lavorano all’affare TikTok: Microsoft, Oracle e Walmart.
L’estate successiva a quella del 2019, in cui realizza uno storico accordo con OpenAI la cui importanza sarà chiara solo in seguito, Satya Nadella si occupa quindi di un potenziale investimento in TikTok. Secondo la sua testimonianza, è TikTok a cercare Microsoft e la vicenda “è la cosa più strana a cui abbia mai lavorato”. Nadella lascia la scena. Il 19 settembre 2020, Oracle e Walmart annunciano i dettagli di un accordo con cui acquisiranno insieme il 20% in una nuova entità, TikTok Global, “per dare servizi agli utenti negli Stati Uniti e gran parte del resto del mondo”. L’accordo prevede Oracle come cloud provider esclusivo, TikTok Global come azienda con quartiere generale negli Stati Uniti, quattro americani su cinque membri del consiglio di amministrazione. TikTok Global in meno di un anno si quoterà nella borsa degli Stati Uniti. Se vi chiedete cosa c’entri la catena di supermercati Walmart con tutto questo, vi state concentrando erroneamente su uno degli aspetti meno assurdi di tutta la saga: Walmart, infatti, è sempre stata un’azienda molto innovativa nella tecnologia e nell’uso del digitale, e a metà degli anni ’80 aveva già completato la sua rete satellitare privata. Torneremo poi sul rilievo cruciale di Oracle e di Larry Ellison.
In parallelo a quest’incarnazione dell’arte degli affari di Trump, c’è però un’arte giudiziaria. L’applicazione di poteri molto ampi di discrezionalità presidenziale alla dichiarazione dell’emergenza nazionale che abbiamo citato, basati sui pericoli per la sicurezza delle comunicazioni statunitensi in una piattaforma di proprietà cinese, può essere contestata nel merito dal punto di vista giudiziario. Ed è ciò che viene fatto sia da TikTok direttamente che dagli utenti di TikTok, ovvero i cosiddetti “creatori”, che denunciano il governo degli Stati Uniti.
Nell’autunno 2020, la giudice Wendy Beetlestone in Pennsylvania e il giudice Carl Nichols a Washington, nominati da amministrazioni di diverso colore politico, danno torto al governo degli Stati Uniti, indicando che ha agito fuori dalla sua autorità legale. Come notato da studiose come Angela Zhang e Anu Bradford, la vicenda TikTok si inserisce in un groviglio politico-economico-giuridico tra il sistema cinese e quello americano. Nel sistema cinese, c’è un uso politico dell’antitrust, che ha avuto varie applicazioni e si basa sul potere all’interno di un mercato in espansione, dove gli attori stranieri vogliono entrare. E in un rovescio della medaglia, TikTok può utilizzare il sistema giuridico statunitense, e le sue specifiche garanzie, per tutelarsi: lo stesso avviene nel 2023, quando lo Stato del Montana approva un bando su TikTok che viene rovesciato per incostituzionalità dal giudice Donald Molloy.
Nel 2020, mentre gli Stati Uniti sono alle prese con la prima fase di questo groviglio, si svolgono le elezioni presidenziali, con la vittoria di Biden che Trump non riconosce. I video di Capitol Hill divengono virali su TikTok. L’accordo potenziale su TikTok tra Oracle, Walmart e ByteDance viene messo in pausa perché l’amministrazione Biden svolge una nuova valutazione sulle preoccupazioni della sicurezza.
Ma nel 2020 ci sono altre due date fondamentali della saga di TikTok, che ci portano all’altro punto centrale: l’arte di Instagram in India.
29 giugno 2020: il governo indiano bandisce dal TikTok, in un provvedimento che coinvolge cinquantanove applicazioni cinesi “coinvolte in attività che pregiudicano la sovranità e l’integrità dell’India, la difesa dell’India, la sicurezza dello Stato e l’ordine pubblico”. La decisione viene presa poco dopo le schermaglie tra soldati indiani e cinesi nel Ladakh orientale. TikTok aveva quasi 200 milioni utenti, una base costruita in meno di tre anni. I “creatori” protestano, il governo indiano riceve educatamente i commenti delle aziende bandite, e poi reitera il bando.
5 agosto 2020: Instagram introduce i reels, video di 15 secondi con audio, effetti e altri strumenti. Passaggio chiave della tiktokizzazione del social network della galassia di Zuckerberg, che successivamente giunge anche per Facebook. La competizione dei video e la competizione dell’intelligenza artificiale non sono cose diverse. Nel calderone che oggi chiamiamo “intelligenza artificiale” c’è la previsione della struttura tridimensionale delle proteine di AlphaFold di GoogleDeepMind, che ha portato al Premio Nobel per la chimica ma c’è anche l’ottimizzazione per le raccomandazioni di YouTube che ha realizzato la stessa azienda, e YouTube produce traffico, ricavi e profitti. Stessa cosa per il reel in cui Florence Pugh mi mostra che nella sua borsetta porta sempre un po’ di tabasco, e che non posso fare a meno di riguardare, e per i reel che illustrano la perfetta mantecatura della pasta con la bisque di gamberi su cui mi sto esercitando, quando riesco a sottrarmi all’ascolto della voce di Florence Pugh, mentre medito di aggiungere un tocco di tabasco nel piatto: tutto questo significa sempre altro traffico per Zuckerberg, di cui in questo caso io sono la merce.
L’intelligenza artificiale, per i social network, consiste in sistemi matematici di raccomandazione per farci passare più tempo in un’applicazione. Questo è ciò su cui competono TikTok e Instagram in una corsa determinata anche dall’infrastruttura di calcolo, dove ByteDance, come le altre grandi aziende cinesi, si troverà a dovere fare scorta di schede grafiche NVIDIA per via dei controlli sulle esportazioni degli Stati Uniti, mentre Meta non ha questi vincoli.
Così, Zuckerberg viene inizialmente criticato perché sta copiando il suo concorrente, viene deriso perché parla di “metaverso” e per le sue altre bizzarrie, ma alla fine ha ragione lui. Meta realizza acquisti molto consistenti di GPU di NVIDIA perché lavora sui reels. Ed è proprio Instagram ad approfittare più di ogni altro, assieme a YouTube, del vuoto lasciato da TikTok in India, con una crescita molto consistente.
Questa è la vera storia che riguarda Zuckerberg e l’India. Bisogna pensare a questo quando si guarda la scenetta in cui il fondatore di Facebook con sua moglie ammira il costosissimo orologio di Anant Ambani: gli utenti di Instagram aumentano, Meta ha un forte potere di mercato in India e si prepara al momento in cui, con la crescita del benessere, i consumatori indiani spenderanno di più.
La resistenza al capitalismo politico e ByteDance come Chimerica
Mentre si muove sul crinale politico del 2019 e 2020, TikTok non ha una direzione chiara e stabile nel management, al contrario di altri giganti della tecnologia dove comandano i fondatori (NVIDIA, Tencent) o dove avviene una successione nella gestione che determina nuove direzioni di successo (Microsoft). Come abbiamo visto, Alex Zhu e Zhang Yiming lasciano i ruoli operativi. Quest’ultimo non è un fondatore che ama la luce dei riflettori, e non lo si vedrà mai ballare vestito da Michael Jackson, come il Jack Ma dei tempi d’oro. E dopo, proprio perché è avvenuta la “purga” di Jack Ma, Zhang Yiming non ha intenzione di fare passi falsi e attirare l’attenzione su di sé.
Nella primavera 2020, TikTok annuncia come nuovo CEO Kevin Mayer, che è stato uno dei top manager di Disney: la mossa sembra accompagnare un’epoca sempre più ambiziosa, di sfida ai giganti statunitensi dei media. Mayer abbandona l’incarico pochi mesi dopo, lasciando come CEO a interim Vanessa Pappas, direttrice operativa che ha una notevole esperienza come manager di YouTube. Il nuovo CEO, il singaporiano Shou Zi Chew, viene nominato a maggio 2021. Pappas, la figura con più stabilità, rimane nel management operativo dell’azienda fino al 2023.
Tra il 2021 e il 2023, la leadership di TikTok vive in un limbo, in cui l’annosa indagine del CFIUS è sempre aperta e in cui si sviluppa un piano per la sicurezza dei dati negli Stati Uniti in collaborazione sempre con Oracle, denominato Progetto Texas. TikTok investe circa 1,5 miliardi di dollari. Nel migliore dei mondi possibili per TikTok, il Progetto Texas sarebbe accettato dal CFIUS e ritenuto la misura di mitigazione definitiva per consentire a TikTok di operare negli Stati Uniti.
Shou Zi Chew rivendica i 170 milioni di utenti raggiunti negli Stati Uniti, cita la simpatia del TikToker più popolare al mondo, l’italiano nato in Senegal Khaby Lame, ed esalta i successi dei ristoratori e dei piccoli impresari che usano la piattaforma per amplificare i loro messaggi, nonché il ruolo di TikTok nella promozione delle materie STEM, ma deve confrontarsi senza divagare troppo con la posizione del Congresso, dove con un certo ritardo anche TikTok, dopo il lavoro sul Chips & Science Act e l’Inflation Reduction Act del 2022, rientra nella tensione generale verso la Cina.
Lo scambio al Congresso tra il senatore Tom Cotton e il CEO di TikTok, il 31 gennaio 2024, è qualcosa di più:
Sen. Tom Cotton: Lei è mai stato membro del Partito Comunista Cinese?
TikTok CEO Shou Zi Chew: Senatore, sono singaporiano. No.
Cotton: Lei è mai stato associato o affiliato col Partito Comunista Cinese?
Chew: No, senatore. Ancora, sono singaporiano.
Cotton è una sorta di campione politico del clickbait anti-cinese. Nel 2020, ha suggerito che gli studenti cinesi negli Stati Uniti dovessero studiare i Federalist Papers e Shakespeare e non avvicinarsi troppo alle materie scientifiche, perché “non devono imparare il quantum computing e l’intelligenza artificiale dall’America”. È difficile negare che dal 2020, con la pandemia e la radicalizzazione della competizione con la Cina, sia emerso un sentimento anti-cinese negli Stati Uniti che, in alcune classi dirigenti, ha molti punti di contatto col maccartismo. Unito alla diffusione dell’ignoranza sul resto del mondo, anche tra le classi dirigenti, questo processo vede numerosi popoli asiatici messi alla sbarra perché “sembrano cinesi”, oltre all’evidente razzismo verso le persone effettivamente provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese. Tutto ciò ha effetti sugli studenti e professionisti cinesi e asiatici negli Stati Uniti. Allo stesso tempo, tutto ciò convive con una forza sempre più consistente dell’apparato tecnologico statunitense, un apparato che è alimentato dal basso e dall’alto in modo decisivo dal capitale umano proveniente dall’Asia e che il grande magnete statunitense continua ad attrarre.
Eppure, dietro il click-bait di Tom Cotton c’è dell’altro. Qualcosa di più profondo, una tendenza strutturale. Da un lato, se cambiamo la prospettiva, e adottiamo per esempio quella dell’intelligence degli Stati Uniti, la stessa dichiarazione “sono di Singapore” non è di per sé una rassicurazione definitiva, e vi sono molti elementi che puntano in questa direzione. Lo sviluppo tecnologico e finanziario di Singapore, il suo ruolo come hub di data center dell’Asia, suscita da tempo una preoccupazione sul suo schieramento nel contrasto tra Washington e Pechino. In diversi ambiti, Singapore può essere considerato dagli apparati statunitensi una zona grigia dei rapporti con Pechino.
Inoltre, il fatto che il CEO di TikTok sia singaporiano, o di un’altra nazionalità, non cambia la natura societaria e ideologica di ByteDance. Nella sua testimonianza al Congresso del 23 marzo 2023, Shou Zi Chew ha voluto “dire inequivocabilmente che ByteDance non è un agente né della Cina né di un altro Paese”. Eppure, non può dimostrare inequivocabilmente che non c’è un’influenza del Partito Comunista Cinese su ByteDance, fino a quando ByteDance opera in Cina come conglomerato tecnologico attivo in un settore sensibile, perché ha a che fare con l’espressione del pensiero. Al di là di singoli casi, e oltre all’apologia di Zhang Yiming, bisogna considerare che Douyin, la versione cinese di TikTok, è stato oggetto dell’estensione cinese del vecchio istituto della golden share (originariamente britannico) o dell’action spécifique (nella versione francese). Nel 2021, un fondo statale cinese ha ottenuto una quota dell’1% nella principale struttura cinese di ByteDance, Beijing Douyin Information Service Co. e un posto nel consiglio di amministrazione: è evidente che attraverso questi diritti speciali il Partito Comunista Cinese eserciti un potere asimmetrico all’interno della parte cinese di ByteDance. La tattica dei manager di TikTok, in questo schema, tende e tenderà sempre a evidenziare la separazione con l’entità cinese, ma in uno schema ideologico in cui le due identità sono incompatibili, la separazione può essere sancita solo in modo netto.
Gli eventi del 2024, che conducono alla larga approvazione bipartisan di una nuova legge che contiene la vendita forzata di TikTok o il suo divieto a operare negli Stati Uniti nell’attuale assetto proprietario controllato da ByteDance, riflettono una posizione sempre più precaria della vita tra due blocchi del social network, senza che il management si accorga veramente della gravità della situazione.
Tale miopia diviene evidente se consideriamo la tattica controproducente che TikTok ha adottato a marzo 2024, invitando i suoi utenti a contattare i loro rappresentanti al Congresso per protestare su un eventuale bando: questo vero e proprio fallo di reazione ha accentuato l’opposizione politica verso l’applicazione, proprio perché ha mostrato plasticamente il suo “potere di convocazione” che può essere potenzialmente utilizzato per scopi malevoli.
La leadership di TikTok, con la sua campagna pubblica che ha visto numerose interviste del CEO presso i principali media, non ha compreso che da inizio 2023 la sua “trappola” è stata accentuata da due elementi intrecciati di notevole importanza: in primo luogo, il crescente dibattito interno sulla “generazione ansiosa”, per usare l’espressione del controverso best-seller con cui lo psicologo Jonathan Haidt analizza gli effetti degli smartphone e dei social media sulla salute mentale dei giovani; in secondo luogo, l’ulteriore allineamento della politica bipartisan nei confronti della Cina, con le inchieste e le audizioni dei corpi dedicati al tema nel Congresso.
Tutto questo accelera il capitalismo politico degli Stati Uniti.
La figura che incarna quest’accelerazione è Mike Gallagher, il repubblicano del Wisconsin con esperienza nell’intelligence militare che in occasione della sua nomina come presidente del Comitato sul Partito Comunista Cinese, appena costituito, a inizio 2023 definisce TikTok il “fentanyl digitale”, legando il paradigma della “generazione ansiosa” a un progetto preciso della leadership cinese di indebolimento e distruzione della gioventù statunitense. Questo paradigma viene ripetuto spesso nei suoi interventi pubblici anche da Peter Thiel, co-fondatore di Palantir.
Nel capitalismo politico, gli Stati Uniti stanno rafforzando la loro specifica versione della fusione militare-civile, o del complesso militare-tecnologico per parafrasare Eisenhower, ed essa da aziende come Palantir, che fornisce software per difesa e sicurezza, non viene tenuta nascosta ma esibita orgogliosamente, come ha voluto fare il libro The Technological Republic di Alex Karp, CEO di Palantir. Il complesso militare-tecnologico è la scelta di divenire fornitori di una parte del mondo per esigenze di sicurezze nazionale, e quindi rafforzare le capacità tecnologiche di un “arsenale della democrazia” contro i suoi avversari. L’avversario più forte è il Partito Comunista Cinese.
Sulla base di questa tesi di fondo, il Comitato sul Partito Comunista Cinese rafforza la sua azione. Le sue figure chiave in termini di direzione e operatività, come Gallagher e Jacob Helberg (autore del libro The Wires of War), aderiscono alla tesi di Palantir e lavorano per Palantir, secondo il meccanismo di porte girevoli degli Stati Uniti, e producono attraverso le loro audizioni documenti che rafforzano le posizioni espresse da tempo dalla United States–China Economic and Security Review Commission.
Nella seconda amministrazione Trump, questa prospettiva assume una dimensione istituzionale ancora più evidente, con Helberg che va a lavorare al Dipartimento di Stato come responsabile della sicurezza economica e resta allo stesso tempo animatore dello Hills & Valley Forum, un forum di confronto tra gli apparati istituzionali, la politica e le imprese tecnologiche, che nell’edizione 2025 vede la partecipazione anche di Alex Karp di Palantir e di Jensen Huang di NVIDIA. Gallagher, da par suo, pochi mesi dopo essersi dimesso dal Congresso assume un incarico ufficiale per Palantir.
Va detto che, se analizziamo le posizioni assunte sul caso TikTok nel corso del 2024 da diverse personalità che giocano un ruolo indiretto o diretto nella nuova amministrazione Trump, troviamo posizioni divergenti.
Per esempio, Palmer Luckey di Anduril si schiera apertamente a favore del divieto, e sottolinea come l’errore tattico di Xi Jinping sia stato non far operare liberamente le imprese statunitensi sul suolo cinese, dando quindi una giustificazione al divieto per una questione di reciprocità.
David Sacks, responsabile intelligenza artificiale e crypto nella nuova amministrazione Trump, voce dell’influente podcast All-in, si schiera invece contro il divieto. Nonostante la sua collaborazione e amicizia di lungo corso con Peter Thiel nella PayPal Mafia, è critico delle ragioni di sicurezza nazionale e dell’ampiezza della legge. Tulsi Gabbard, direttrice della National Intelligence, ha ampiamente criticato la legge nei suoi vari interventi prima delle elezioni del 2024.
D’altra parte, permane la continuità istituzionale degli Stati Uniti su questi temi, legata soprattutto al Congresso.
Le preoccupazioni di sicurezza nazionale sulla Cina hanno già avuto effetti nel 2023, per esempio attraverso l’ordine esecutivo di Biden del 9 agosto 2023 sugli investimenti esterni. Quel provvedimento, che ha avuto numerosi ritardi attuativi è legato a nuovi vincoli per gli investimenti sui semiconduttori, le tecnologie quantistiche e l’intelligenza artificiale da parte dei fondi degli Stati Uniti verso un solo Paese: la Repubblica Popolare Cinese. È un provvedimento atteso da tempo, ma comprensibile soprattutto se lo si lega a un rapporto del Comitato presieduto da Gallagher, uscito a febbraio 2024 e dal titolo eloquente “Gli investitori del Partito Comunista Cinese. Come il venture capital americano alimenta l’esercito della Repubblica Popolare Cinese e gli abusi sui diritti umani”.
Tra i vari fondi citati, il grande protagonista è Sequoia Capital China.
Neil Shen viene nominato quattro volte e si ricorda anche la sua collaborazione come delegato nel 2022 nelle conferenze del Partito Comunista Cinese (che sembra aver lasciato nel 2023). Secondo uno scoop del sito “The Information” nel 2022, Sequoia Capital China ha anche avuto come dipendente per quattro anni la figlia di Wang Yang, membro del Comitato Permanente del Politburo dal 2017 al 2022. Il rapporto del Comitato curato da Gallagher stima che l’investimento di Sequoia Capital China in ByteDance sia stato di oltre 1,4 miliardi e dettaglia gli investimenti nelle aziende legate alla fusione militare-civile cinese.
Oggi la valutazione di ByteDance è superiore ai 200 miliardi e proprio i suoi azionisti, in questa fase storica, la rendono tuttora la perfetta “Chimerica”. Oltre a Sequoia Capital, il caso più impressionante è quello di Susquehanna, la società di investimenti della Pennsylvania che secondo alcune stime ha il 15% di ByteDance: il co-fondatore e managing director di Susquehanna, Arthur Dantchik, è uno dei cinque membri del consiglio di ByteDance e un altro co-fondatore di Susquehanna, Jeffrey Yass, l’uomo più ricco della Pennsylvania, è uno dei finanziatori non solo del Partito Repubblicano ma anche di Truth Social, l’azienda di Donald Trump, il quale nel 2024 ha cambiato radicalmente la sua posizione su TikTok, opponendosi al bando e concentrando i suoi strali contro Mark Zuckerberg. Sono le ambiguità estreme di un sistema in cui money is speech, secondo l’assunto affermato nel 2010 dalla Corte Suprema nel caso Citizens United v. Federal Election Commission. Ma non è finita qui, tutt’altro: anche William Ford, che guida il fondo General Atlantic, siede nel consiglio di ByteDance, come Philippe Laffont di Coatue Management (quest’ultimo fino al 2024). I tre investitori statunitensi, anche escludendo Neil Shen, rappresentano la maggioranza dei cinque consiglieri di ByteDance, che ha tra i suoi investitori anche altri giganti finanziari degli Stati Uniti come Carlyle e KKR.
Il miliardario francese Xavier Niel, noto fondatore e azionista dell'operatore di telecomunicazioni francese Free Mobile (parte di Iliad), è entrato a far parte del consiglio di amministrazione di ByteDance nell’estate 2024. Niel ha sostituito nel consiglio Philippe Laffont, fondatore di Coatue Management. La notizia della nomina di Niel è stata rivelata dal sito web “The Information” a fine agosto ed è stata confermata da un rappresentante di ByteDance a “South China Morning Post”. ByteDance si è detta “entusiasta” dell’ingresso di Niel nel consiglio. Niel, che è una delle personalità più ascoltate da Emmanuel Macron in materia di tecnologia e intelligenza artificiale, ha incontrato in diverse occasioni negli ultimi anni Zhang Yiming.
Tutti gli attori che hanno investito in ByteDance a vario titolo hanno l’interesse a monetizzare prima o poi il loro investimento e tutti hanno molto da perdere dall’incertezza e dai divieti. Allo stesso tempo, tutti sono obbligati a imparare il linguaggio della sicurezza nazionale, in cui non si sentono a loro agio.
La saga politico-giudiziaria e il ruolo della Corte Suprema
Dopo l’approvazione della legge contro TikTok nel 2024, è andato avanti un copione giudiziario simile a quello del 2020.
In primo luogo, la nuova legge non ha fermato i contenziosi da parte di TikTok e da parte dei suoi “creatori”.
In questo contesto si inserisce, puntualmente, la causa intentata da ByteDance e TikTok il 7 maggio 2024 contro Merrick Garland, nel suo ruolo di Attorney General degli Stati Uniti, che pone la questione di costituzionalità della legge.
Oltre a contestare l’operato del governo statunitense in diversi punti, la causa fa un po’ di luce sul lungo confronto di Bytedance/TikTok col CFIUS, dal 2019 a oggi. Ricordiamo infatti che il CFIUS, uno degli assi del nuovo capitalismo politico degli Stati Uniti, non opera nel dettaglio in un regime di trasparenza ma attraverso un sistema di segretezza proprio della sicurezza nazionale che è stato salvaguardato anche dalle corti statunitensi, eppure alcuni dettagli del suo operato possono essere noti attraverso le informazioni che le aziende devono fornire al mercato e alle autorità di regolazione, oltre che attraverso il contenzioso tra le parti. TikTok/Bytedance descrivono il loro confronto con il CFIUS tra gennaio 2021 e agosto 2022 attraverso comunicazioni regolari, mentre la musica cambia successivamente, visto che il CFIUS impone l’unica soluzione della separazione/vendita, che TikTok/ByteDance considerano “non fattibile dal punto di vista commerciale, tecnologico e legale”. Secondo TikTok/ByteDance, l’accordo di sicurezza nazionale provvisorio, che gli apparati statunitensi hanno rifiutato, avrebbe dato al CFIUS una “shut-down option” per sospendere TikTok negli Stati Uniti in caso di non ubbidienza a tutte le misure di salvaguardia richieste.
In termini teorici, secondo TikTok/ByteDance, il CFIUS ha opposto a un dialogo e a un confronto obbligato e costante – l’offerta sostanziale dell’app, al di là degli aspetti economici del Progetto Texas – qualcosa di diverso in termini qualitativi, una sorta di affermazione di un “privilegio esorbitante di sicurezza nazionale”, per rubare la famosa espressione di Valéry Giscard d’Estaing per il dollaro. A livello teorico, TikTok ci porta quindi nel cuore del capitalismo politico statunitense, del privilegio della sicurezza nazionale, sempre dentro l’ipocrisia che l’argomentazione della separazione impossibile delle operazioni di TikTok è avanzata da un gruppo che non può separarsi dalla potenza, la Cina, in cui l’Internet separata è stata progettata e attuata.
In termini operativi, il punto essenziale per la battaglia che avanza TikTok riguarda i rapporti tra la nuova legge degli Stati Uniti e i principi fondamentali di libertà di espressione. Con un comprensibile paradosso, nell’interazione tra il denaro e la libertà di parola: nelle elezioni presidenziali, alle quali mancano pochi mesi, gli stessi attori che hanno votato per il divieto di TikTok probabilmente lo useranno, magari finanziati in modo diretto o indiretto da individui che hanno interessi in ByteDance. Oppure, ripeteranno in silenzio la preoccupazione espressa nel 2023 da Gina Raimondo: “Il politico in me pensa che perderemo ogni voto under 35, per sempre”.
Nel mentre, a fine 2024, viene agitato il tema delle informazioni in possesso dell’intelligence statunitense e non conosciute pubblicamente: Avril Haines e gli altri ufficiali degli apparati statunitensi non hanno mai indicato un rischio specifico di TikTok nei loro interventi pubblici, se non al condizionale.
C’è una politica di “declassificazione tattica” che l’intelligence degli Stati Uniti sta portando avanti soprattutto dal 2022, ma la declassificazione tattica non coinvolge i precisi pericoli di TikTok. Non viene diffusa alcuna “pistola fumante”.
I tempi della legislazione interagiscono ai tempi della politica. Soprattutto dopo l’affermazione di Trump contro Kamala Harris, a fine 2024 tutti sanno che le decisioni concrete, nell’attuazione del bando e nelle valutazioni economiche, saranno rinviate alla nuova (e comunque vecchia) amministrazione, anche per via del contenzioso. E così i vari attori iniziano a collocarsi e ricollocarsi sulla scena.
A fine 2024 Trump, finanziato da chi si arricchisce con ByteDance, sta alla finestra e si concentra sugli attacchi a Zuckerberg. Elon Musk si esprime per un concetto assoluto di libertà di espressione, a suo avviso garantito dalla sua piattaforma.
La Cina non vuole alla finestra ed è evidente a tutti che non consentirà una vendita, perché con un’estensione in un altro campo dell’uso prettamente politico dell’antitrust che ha già fatto valere, secondo la sua attuale legislazione la vendita di TikTok rappresenta un’esportazione impropria di tecnologia. Nelle loro posizioni pubbliche del 2024, i rappresentanti cinesi hanno difeso TikTok invocando “il rispetto dei principi dell’economia di mercato”, un’ironia che ormai si ripete frequentemente nelle controversie tra Washington e Pechino.
In ogni caso, il successo e il dilemma di TikTok sono figli dell’interregno in cui il processo di crescita e interconnessione tra Cina e Stati Uniti è stato possibile, anche per la curva di crescita del mercato digitale cinese nei primi vent’anni di questo secolo. Ora ci troviamo già in un’epoca molto diversa.
In questo frangente, le figure che sfruttano al massimo l’interconnessione tra Pechino e Washington non possono più emergere. Certo, ci sono imprenditori e manager molto scaltri, che sanno vivere più o meno tra i due mondi. Pensiamo per esempio a come Joe Tsai, co-fondatore di Alibaba, nonostante il più noto Jack Ma sia stato oggetto della più celebre e visibile punizione del Partito Comunista Cinese, sia stato invece in grado di dialogare con i mondi in conflitto, operando in molti ambiti negli Stati Uniti (coi visibili investimenti sportivi, per esempio) ma allo stesso tempo non essendo sgradito alla leadership del Partito, anche per via delle sue dichiarazioni pubbliche. Tuttavia, è importante comprendere che un nuovo Neil Shen non potrà esistere, perché nessuno potrà rivivere il ventennio di crescita e investimenti della Cina dal 1999 al 2019 tenendo i piedi in due staffe. Nel nuovo assetto, tutti hanno alcuni prezzi da pagare.
Per esempio, ByteDance deve pagare per i suoi “Progetti”. Non solo negli Stati Uniti. Avvia anche l’iniziativa europea chiamata Progetto Clover, e incentrata sull’Irlanda, sede dei data center europei avviati e annunciati da TikTok, assieme alla Norvegia, ma anche luogo dove si concentra la stragrande maggioranza della forza lavoro di TikTok in Europa (circa 3.000 persone a Dublino) e dove sono già avvenuti i primi tagli, mentre anche la Commissione europea indaga sugli abusi della piattaforma, ai sensi del Digital Services Act. Ursula von der Leyen non ha escluso un bando europeo ma il ruolo europeo reale sembra poi essere legato soprattutto alle multe a TikTok, attraverso i soliti e nuovi strumenti forniti dalla legislazione.
Dentro la saga prettamente giuridica e giudiziaria, l’intervento più significativo, nei giorni di gennaio 2025, riguarda la Corte Suprema degli Stati Uniti, nell’imminenza dell’entrata in vigore del divieto di TikTok con proprietà cinese a operare negli Stati Uniti, che cade esattamente il 19 gennaio 2025, cioè un giorno prima dell’inizio formale della nuova amministrazione Trump il 20 gennaio 2025.
Così la Corte Suprema si trova a esprimersi sul delicato equilibrio tra la sicurezza nazionale e i diritti fondamentali sanciti dal Primo Emendamento, in una discussione vivace e approfondita che si tiene il 10 gennaio 2025, in cui i giudici si mostrano molto più preparati, sul diritto e la politica della tecnologia, rispetto ai rappresentanti del Congresso in occasioni simili degli anni scorsi.
Le preoccupazioni di sicurezza nazionale, secondo la prospettiva espressa dalla legge e ribadita nella discussione davanti alla Corte Suprema, derivano dalla capacità del governo cinese di accedere e accumulare vaste quantità di dati sensibili sugli americani, un rischio concreto di spionaggio e ricatto per la nazione. Un’altra preoccupazione è che il Partito Comunista Cinese possa manipolare segretamente l’algoritmo di raccomandazione di TikTok, utilizzandolo per promuovere i propri obiettivi politici o per creare caos e distrazione negli Stati Uniti, secondo la prospettiva del “fentanyl digitale”. Proprio la segretezza di questa potenziale manipolazione è un elemento critico, perché per sua natura impedirebbe agli utenti, e agli stessi regolatori, di riconoscere le operazioni di influenza ibrida per quello che sono. Davanti alla Corte Suprema, la difesa della legge sostiene che il suo obiettivo non è limitare specifici contenuti o punti di vista, ma appunto eliminare la capacità di un avversario straniero di controllare una piattaforma di comunicazione. L’argomento centrale è che l’avversario straniero – in questo caso, il Partito Comunista Cinese – non possiede un diritto protetto dal Primo Emendamento per sfruttare il proprio controllo su una piattaforma. La parola come “manipolazione”, secondo questa interpretazione, non è una parola “libera” perché a sua volta rappresenta un condizionamento, con pericoli per la sicurezza nazionale, della stessa libertà di espressione delle persone.
La posizione di TikTok e dei suoi utenti porta si basa invece su una contestazione di questa visione. La loro tesi è invece che la paura dell’espressione delle idee non costituisca di per sé una minaccia alla sicurezza nazionale e che limitare la libertà di parola per proteggere gli americani dalla parola stessa sia in ogni caso incostituzionale. Secondo questa prospettiva, la legge imporrebbe un onere diretto sulla libertà di parola di TikTok impedendogli di operare come desidera, a meno che non venda.
Il Chief Justice della Corte, John Roberts, ha posto numerose domande durante il dibattito. Per esempio, ha interrogato la difesa di TikTok chiedendo se una regolamentazione della struttura societaria possa essere trattata come una regolamentazione diretta della condotta espressiva. Inoltre, ha sottolineato che la legge non sembra mirare a specifici contenuti ma piuttosto a regolamentare un particolare canale di comunicazione in quanto controllato da un avversario straniero. Roberts ha anche ragionato sulla distinzione fondamentale tra il controllo da parte della Repubblica Popolare Cinese (nel caso di TikTok, per i vincoli alle operazioni di ByteDance in Cina) e un ipotetico controllo da parte di un’entità americana con intenzioni dannose, suggerendo che l’argomentazione delle autorità statunitensi si basasse in gran parte sulla natura specifica dell’avversario straniero coinvolto. Non sono mancati elementi ironici, più o meno amari, negli interventi di Roberts: per esempio, riferendosi all’argomento sulla possibilità che il Partito Comunista Cinese cerchi di fomentare la discordia negli Stati Uniti, ha notato con una punta di sarcasmo che in tal caso i cinesi “stanno vincendo”.
Anche la giudice Amy Coney Barrett ha approfondito un punto prettamente giuridico della contesa, chiedendo se la legge fosse veramente basata sul contenuto o sul controllo straniero e sulla sicurezza dei dati. Ha interrogato la difesa di TikTok sull’affermazione che la legge obblighi TikTok a “chiudere”, suggerendo invece che la legge richiede a ByteDance di cedere la piattaforma e che l’eventuale chiusura deriverebbe dalla scelta di ByteDance, rendendo l’effetto su TikTok un onere “incidentale” piuttosto che diretto. Più in generale, un punto di dibattito significativo è stato se alternative meno restrittive, come il divieto rigoroso di condivisione dei dati degli utenti statunitensi con ByteDance, avrebbero potuto affrontare le preoccupazioni di sicurezza nazionale senza imporre un onere così gravoso sulla piattaforma. La posizione dei rappresentanti governativi (che, ricordiamo, in quel caso riflettono la sensibilità del Congresso in allineamento con l’uscente amministrazione Biden) è che queste alternative sono state esplorate per anni e sono state ritenute insufficienti per creare un vero “firewall” contro l’accesso ai dati sensibili da parte della Cina.
Poco dopo le udienze, con un documento del 17 gennaio 2025, la Corte Suprema ha preso una decisione unanime che ha confermato la validità della legge. La Corte ha riconosciuto che, sebbene TikTok offra un “significativo e vasto sbocco per l’espressione” per decine di milioni di americani, il Congresso ha determinato che la cessione risultata “necessaria per affrontare le sue ben supportate preoccupazioni di sicurezza nazionale” relative alla raccolta di dati e alla relazione con un avversario straniero. La Corte ha concluso che il governo ha un “importante e ben fondato interesse” nel prevenire che la Cina raccolga dati personali dei cittadini statunitensi e che la legge affronta questo interesse senza andare troppo al di là di esso.
Nel suo parere, il giudice Gorsuch, pur concordando con il giudizio, ha esplicitamente affermato che la Corte con la sua decisione non stava convalidando l’argomento del governo sulla giustificazione del divieto basata su una “manipolazione segreta dei contenuti”, osservando che “quella che per una persona è ‘manipolazione segreta dei contenuti’, per un’altra può essere ‘discrezione editoriale’”. Anche con questa precisione relativa alla natura dei contenuti, non vengono contestati gli argomenti sui pericoli del controllo straniero in riferimento alla Cina.
A gennaio la Corte Suprema ribadisce, dunque, il primato della sicurezza nazionale.
Il problema che si presenta nel mondo del capitalismo politico è sempre lo stesso: il primato della sicurezza nazionale può essere affermato in teoria ma poi deve funzionare in pratica. E cosa sarebbe, nel dettaglio, questa “pratica”?
Per esempio, nelle supply chain globali la “pratica” coincide con la disponibilità di alcuni prodotti finiti per i consumatori a certe condizioni di prezzo: i prodotti devono essere realizzati da una struttura manifatturiera che coinvolge un numero ampio di aziende, con precisi processi organizzativi; i prodotti devono essere spediti da qualche luogo, da qualche porto, e trasportati dove possono essere nella disponibilità dei consumatori finali, in modo che possano acquistarli a un certo prezzo. Tutti questi processi vengono alterati, colpiti, nel momento in cui la teoria dice “per via della sicurezza nazionale dobbiamo fare x e y”. Nel caso di TikTok, la “pratica” che confligge con la teoria riguarda senz’altro il peso degli utenti, il ruolo della app nella vita di alcune persone, e in particolare di alcuni gruppi che hanno un peso elettorale e sociale, oltre all’economia che ruota attorno a questo prodotto.
L’elefante Trump nella stanza e gli ordini esecutivi
Nelle fin troppo commentate immagini della cerimonia inaugurale di Donald Trump il 20 gennaio 2025 a Washington D.C., il CEO di TikTok viene immortalato accanto a Tulsi Gabbard, ex rappresentante del Congresso democratica, divenuta fervida sostenitrice di Donald Trump e da lui nominata direttrice dell’intelligence nazionale, poi confermata dal Senato coi voti della risicata rappresentanza repubblicana. Come abbiamo ricordato, Gabbard è una delle personalità della nuova amministrazione Trump che – al contrario del mondo Thiel/Palantir – si è opposta al divieto a TikTok. Tuttavia, le vicende di quei giorni portano naturalmente in primo piano la posizione dello stesso Trump, anche per la vicinanza tra la fine della possibilità di TikTok di operare legalmente negli Stati Uniti, dopo la decisione della Corte Suprema, e l’inizio formale della nuova amministrazione.
Il 19 gennaio 2025, TikTok interrompe volontariamente il suo servizio per gli utenti americani, nell’imminenza della scadenza imposta dalla legge in assenza di cessione, con l’esclusione dagli app store statunitensi e dai servizi di hosting. La chiusura temporanea del servizio coglie di sorpresa molti dei 170 milioni di utenti americani. Aprendo l’app, molti vedono un messaggio che indicava che TikTok non era disponibile a causa della legge. TikTok drammatizza la situazione, utilizzando di nuovo la leva degli utenti. Siamo nel contesto di un uso tattico dei social media da parte della Cina, dove si possono mischiare fenomeni spontanei e altri meno spontanei, secondo una miscela ibrida che si ripeterà durante la guerra dei dazi.
Tuttavia, la piattaforma torna online poco dopo, in seguito a un impegno del presidente Trump, che promette di intervenire velocemente per “salvare TikTok”. Il ruolo di Trump è riconosciuto in modo esplicito da TikTok. Il 20 gennaio 2025, il suo primo giorno in carica, Trump firma un ordine esecutivo (Executive Order 14166) che istruisce il Dipartimento di Giustizia a non intraprendere azioni per far rispettare la Legge per un periodo di 75 giorni. L’ordine mira a concedere a ByteDance un ulteriore lasso di tempo per trovare un acquirente statunitense. TikTok accoglie con favore l’intervento, ringraziando il Presidente Trump per aver fornito le necessarie rassicurazioni. Nonostante l’ordine esecutivo, la situazione legale per le aziende che facilitano le operazioni di TikTok, come Oracle (per i servizi cloud), Apple e Google (per la distribuzione dell’app), resta incerta, col rischio di sanzioni significative. Oracle è disposta ad accettare alcuni rischi legali fin dall’inizio, mentre Apple e Google ripristinano solo in seguito la possibilità di scaricare TikTok nei loro store, dopo aver ricevuto una lettera formale dal Dipartimento di Giustizia che conferma l’impegno a non applicare la legge, sulla base dell’ordine esecutivo.
La vicenda di TikTok rientra così nella disponibilità del governo attraverso ordini esecutivi, una caratteristica crescente delle politiche pubbliche statunitensi che presenta un’accelerazione crescente nella seconda amministrazione Trump. Già il 24 marzo 2025, tre senatori democratici – Edward J. Markey, Chris Van Hollen e Cory A. Booker – hanno scritto al Presidente Trump, definendo il suo primo ordine esecutivo “illegale” e la sua strategia “inaccettabile e non funzionale”. A loro avviso, quest’approccio espone a significativi rischi legali le aziende fornitrici di servizi a TikTok.
All’avvicinarsi della scadenza del periodo di 75 giorni (il 5 aprile 2025) indicato dall’ordine esecutivo, Trump ha deciso di estendere ulteriormente il rinvio. Il 4 aprile 2025, un nuovo ordine esecutivo ha prorogato l’ulteriore ritardo nell’applicazione della legge fino al 19 giugno 2025. La storia infinita di TikTok continua.
Il nuovo ordine esecutivo ribadisce che, durante il nuovo periodo di riferimento, il Dipartimento di Giustizia non avrebbe intrapreso alcuna azione per far rispettare la legge o imporre sanzioni di qualunque genere. L’ordine incarica il Procuratore Generale di emettere linee guida scritte e lettere ai fornitori per confermare l’assenza di violazioni o responsabilità.
La saga di TikTok vede così un intervento diretto di Trump, in linea con le posizioni già esposte e con gli interessi degli investitori statunitensi.
Larry Ellison, “CEO of everything”
C’è una persona con cui Trump si confronta senz’altro sul tema TikTok. Si tratta di colui che lo stesso tycoon il 21 gennaio 2025, durante la presentazione di un Progetto che non è “Texas” ma avviene in Texas, e si chiama “Stargate”, definisce “CEO of everything”, amministratore delegato di tutto: Larry Ellison, co-fondatore di Oracle.
Il primo aspetto degno di nota in questa storia, attorno a Larry Ellison, è la sua età: è nato il 17 agosto 1944, è quindi un coetaneo di Donald Trump, oltre a un veterano di enorme esperienza nella tecnologia degli Stati Uniti e nelle sue varie fasi.
Ellison ha espresso in passato idee singolari sull’impatto della tecnologia e del commercio a livello globale. Per esempio, in un’intervista del 1995, riflettendo sul futuro, indicò l’istruzione e l’assistenza sanitaria come aree che la tecnologia avrebbe potuto migliorare, ma sorprendentemente definì lo shopping da casa la prossima “big thing”, di potenziale impatto ancora maggiore. La sua argomentazione si basava sull’idea di un vero mercato globale reso possibile dalla tecnologia, in cui un villaggio in Cina che produce camicie di seta o le comunità in Africa che creano vari manufatti avrebbero potuto venderli direttamente a consumatori in tutto il mondo, aggirando gli intermediari. Ciò, secondo Ellison, avrebbe creato una ricchezza vasta e diffusa, trasformando radicalmente l’economia e la società globale. Questa crescita economica senza precedenti, alimentata dal commercio e dalla tecnologia, avrebbe potuto portare a un’età dell’oro (siamo esattamente trent’anni prima della dichiarazione della “nuova età dell’oro” da parte di Trump nel 2025) non solo aumentando il comfort, ma anche fornendo i mezzi per affrontare problemi globali come la povertà.
Nel suo ottimismo, Ellison credeva che una maggiore ricchezza in Cina, ad esempio, avrebbe potuto innescare una rivoluzione politica, poiché l’ascesa della classe media è sempre stata un incubo per i leader totalitari. Trent’anni fa, considerava la rivoluzione economica già in corso nel sud della Cina come qualcosa di ben più significativo della Rivoluzione Culturale, verso un’inevitabile rivoluzione democratica.
Molti anni dopo, il suo rapporto con la Cina assume un’altra incarnazione: dalla profezia di una rivoluzione democratica alla rivoluzione di TikTok, posseduta dalla cinese ByteDance. Ciò si colloca anche nel cambiamento dell’orientamento politico di Ellison, in un percorso che lo accomuna ad altri protagonisti della tecnologia. Si è spostato da posizioni centriste, con l’ammirazione per figure come Bill Clinton e Tony Blair, a un allineamento più marcato con il Partito Repubblicano in questo secolo. Ha sostenuto politicamente figure come Marco Rubio e Mitt Romney. E la sua relazione con Donald Trump, a partire da una conoscenza precedente, si è rafforzata nel tempo divenendo un legame politico significativo. Sebbene Trump non fosse la sua prima scelta nel 2016 (supportò Rubio), Ellison si è avvicinato a Trump, incontrandolo a Mar-a-Lago e apparendo in eventi pubblici al suo fianco. La CEO di Oracle, Safra Catz, ha fatto parte del team di transizione di Trump nel 2016.
La vicinanza con l’amministrazione Trump diventa potenzialmente utile per gli interessi commerciali di Oracle. Questo rapporto diviene sempre più stretto nel 2020, quando l’amministrazione Trump cerca di imporre la vendita delle operazioni di TikTok negli Stati Uniti. In quel frangente, Oracle è parte del consorzio che include anche Walmart, con l’obiettivo di acquisire una quota di minoranza e fornire servizi tecnologici. Il piano di allora prevedeva che Oracle avrebbe conservato i dati degli utenti statunitensi sui suoi server cloud e avrebbe posseduto il 12,5% della nuova entità, TikTok Global. L’accordo fu approvato da Trump, che elogiò pubblicamente le capacità di Larry Ellison.
Nonostante il fallimento dell’accordo di acquisizione del 2020, Oracle continua a essere un partner chiave, “il” partner chiave, per TikTok. Nel 2022, TikTok avvia Project Texas, spostando i dati degli utenti statunitensi sull’infrastruttura cloud di Oracle negli Stati Uniti. Questo spostamento rende TikTok uno dei clienti più importanti per i servizi cloud di Oracle. Le stime degli analisti di Evercore nell’aprile 2024 suggeriscono per TikTok una spesa tra il 3% e il 5% dei suoi ricavi stimati di 16 miliardi di dollari negli Stati Uniti annualmente per l’infrastruttura cloud, il che si tradurrebbe in ricavi per Oracle tra i 480 milioni e gli 800 milioni di dollari. Sono numeri significativi per i ricavi totali dell’infrastruttura cloud di Oracle, di circa 7 miliardi. Safra Catz, ha descritto la relazione con TikTok come “eccellente”. In questo contesto commerciale, e nel rapporto personale con Trump, emerge il costante attivismo di Ellison per trovare una soluzione su TikTok utile per gli interessi di Oracle.
Per esempio, una proposta discussa nell’amministrazione Trump prevedrebbe un ruolo di garante della sicurezza per Oracle, con l’acquisizione di una piccola partecipazione in una nuova entità americana di TikTok, lasciando potenzialmente l’algoritmo nelle mani cinesi. Ciò che Oracle vuole evitare è un divieto di TikTok negli Stati Uniti, per proteggere una delle sue fonti di ricavi e profitti.
Ellison si muove su molti tavoli, con ampie relazioni. Per esempio, ha investito nell’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk nel 2022 perché, a suo avviso, “sarebbe stato molto divertente”. Ellison è dunque alleato in X di Musk, il quale peraltro ha espresso pubblicamente la sua ammirazione per il fondatore di Oracle, ma ne è un avversario attraverso il Progetto Stargate, che prende il nome da un film di fantascienza del 1994.
Stargate è un’iniziativa che punta a costruire infrastrutture per l’intelligenza artificiale, cioè data center, per garantire la leadership degli Stati Uniti, attraverso 100 miliardi di investimenti, poi corretti al rialzo a 500 miliardi, una cifra amata da Trump e poi ripetuta da aziende come Apple e NVIDIA. Le aziende principali coinvolte in Stargate sono SoftBank, OpenAI, Oracle e l’emiratina MGX. OpenAI assume anche un ruolo operativo. Oracle ha una funzione essenziale per l’infrastruttura di calcolo e le operazioni dei data center. Masayoshi Son di SoftBank assumerà la carica di presidente. Altre aziende tecnologiche chiave coinvolte sono Arm, attore cruciale dell’industria dei semiconduttori (controllata da Softbank) Microsoft e NVIDIA, che sta al centro dell’ecosistema dell’intelligenza artificiale.
Il boom di costruzione dei data center negli Stati Uniti è già in corso, compresa la costruzione del primo sito dello stesso Progetto Stargate: ad Abilene, in Texas, dove opera Oracle.
Quanti posti di lavoro creerà Stargate? Alla fine, pochini: decine di miliardi di investimenti generano un’occupazione molto significativa proprio nella fase della costruzione dei data center ma pochissima nell’operatività concreta. Le immagini delle infrastrutture, che aziende come OpenAI hanno già iniziato a diffondere per ragioni di pubblicità, mostreranno centinaia, migliaia di operai al lavoro, ma poi se ne andranno. La prima fase del data center di Abilene prevede appena 57 posti di lavoro stabili. Microsoft impiega solo 325 persone in tutti i suoi data center in Texas.
Stargate alimenta la competizione (anch’essa una lunga vicenda giuridica, con molte cause in corso) tra Elon Musk e Sam Altman, e Donald Trump da grande appassionato di wrestling ha spesso mostrato di apprezzare lo spettacolo in cui questi personaggi si insultano o si prendono virtualmente a botte.
I protagonisti delle aziende tecnologiche statunitensi, vecchi e nuovi, sono chiamati in causa, e chiamati a “sfidarsi”, anche per l’acquisizione della stessa TikTok. È la stessa dinamica che abbiamo visto nel 2020, con Microsoft, Walmart, Oracle, e Oracle rimane il fattore permanente.
Chi comprerà TikTok?
Sarà lo stesso Musk?
Sarà Amazon, che così allargherà l’impero di Bezos?
Sarà addirittura Perplexity, fondata dall’indiano Aravind Srinivas? Quest’ultima prospettiva porterebbe un’altra peculiare ironia nella vicenda di TikTok, visto il bando (non promesso, temporaneo o sospeso, ma effettivo) dell’applicazione in India, che abbiamo visto in precedenza.
4 Ristoranti di Donald Trump
Per capire come Trump si pone nella vicenda di TikTok, dobbiamo sempre considerare l’art of the deal, il suo modo di operare. Cosa pensa veramente Trump di TikTok?
Primo livello: con TikTok bisogna fare soldi. Esiste un asset, dice in sostanza Trump, che ha un valore sulla base delle mie azioni politiche, e io ho il potere di confermare o ribaltare il valore di quell’asset. Trump fonde quindi “The Apprentice” coi “4 Ristoranti” di Alessandro Borghese, e le cose stanno esattamente così, perché questo è il suo modo di pensare. Televisione e immobiliare, come facilmente dimostrabile, sono le chiavi di lettura di ogni elemento del metodo di Trump.
Al contrario di Alessandro Borghese, che ovviamente viene pagato per il suo ruolo televisivo ma non rivendica un interesse economico diretto nella scelta che può confermare o ribaltare il risultato verso un ristorante o l’altro, Trump invece ragiona così:
Se le mie scelte su TikTok possono portare ByteDance a una valutazione di 100 miliardi o a 400 miliardi, allora io debbo guadagnarci qualcosa e, se proprio è impossibile per me guadagnarci qualcosa, almeno gli Stati Uniti, con un fondo sovrano o uno strumento simile, devono guadagnarci qualcosa, altrimenti non ha proprio senso.
Questo è l’aspetto primario, il primo livello della mentalità di Trump in questa vicenda.
Secondo livello: il vincolo politico-sociale. In fondo è lo stesso illustrato da Gina Raimondo: gli effetti delle scelte politiche sugli elettori, quindi gli utenti di TikTok. Rientra qui la frequente rivendicazione, da parte di Trump, del suo numero di utenti su TikTok, dei buoni rapporti con la leadership di TikTok.
Terzo livello: TikTok serve perché c’è una grande trattativa, c’è un grande calderone di tutte le divergenze e gli accordi con la Cina. Il 17 gennaio Trump dice letteralmente “commercio, Fentanyl, TikTok”, elencando i punti in discussione con Xi Jinping. In questo senso, la vicenda TikTok deve restare aperta, e non conclusa, deve essere una “storia infinita”, per poter rientrare nella trattativa generale con la Cina. Finché c’è la potenziale trattativa, si può confermare o ribaltare il risultato di TikTok, sempre con le conseguenze di guadagno del primo livello della questione.
Questo per quanto riguarda, quindi, la prospettiva di Trump. Allo stesso tempo, Trump non è l’unico attore.
Come sempre, rischiamo di sottovalutare la Cina, di non prestare abbastanza attenzione alla prospettiva cinese. In questa situazione, dobbiamo pertanto analizzare più nel dettaglio le mosse di ByteDance.
Capire ByteDance
Mentre la saga di TikTok va avanti, un’enorme massa di persone si muove in Malesia, per costruire data center. Anche questa è una chiave di lettura con cui vedere la vicenda di TikTok, incentrata sulla comprensione delle prospettive di ByteDance e del suo ruolo nell’intelligenza artificiale e nell’ecosistema dei semiconduttori.
Il 7 giugno 2024, il ministro del commercio della Malesia ha annunciato investimenti da parte di ByteDance dicirca 10 miliardi di ringgit (2,13 miliardi di dollari) per un hub di intelligenza artificiale. Come parte di questo piano, ByteDance dichiara di espandere anche le sue strutture di data center nello stato malese di Johor, con un ulteriore investimento di 1,5 miliardi di ringgit (circa 320 milioni di dollari). ByteDance possiede già data center in varie nazioni del Sud-est asiatico ed europee, anche perché l’utilizzo di data center fuori dalla Cina è un modo per le aziende cinesi di ottenere accesso a una capacità di calcolo che non è consentita in Cina, per via delle restrizioni.
Allo stesso tempo (cioè: nello stesso anno in cui avviene la discussione e l’approvazione sul divieto di TikTok), ByteDance emerge come uno dei maggiori clienti di NVIDIA a livello globale. Per la sua capacità di acquisto, diviene influente sia per NVIDIA che per il concorrente cinese dell’azienda di Jensen Huang, che naturalmente è Huawei, impegnata in un lavoro sempre più significativo come capo-filiera dell’ecosistema elettronico.
Nel suo allineamento ai progetti di crescente autonomia da parte della Cina, ByteDance avrebbe intenzione di acquisire un vasto arsenale di chip prodotti da Huawei per addestrare un nuovo modello basato esclusivamente su apparecchiature interne. Per questo sta acquistando i sistemi Ascend 910B di Huawei, destinati a compiti di inferenza a bassa potenza e in combinazione con i prodotti di NVIDIA.
Parallelamente agli acquisti da Huawei, ByteDance continua, come si è detto, ad acquistare da NVIDIA. L’azienda ha speso oltre 2 miliardi di dollari per 200.000 unità del modello H20 nel 2024. ByteDance è stata una delle aziende più aggressive nell’accaparrarsi il maggior numero possibile di prodotti NVIDIA, in vista di ulteriori restrizioni statunitensi. Allo stesso tempo, ByteDance ha investito in capacità di calcolo al di fuori della Cina, nella solita Malesia, in altre località del Sud-est asiatico e anche negli accordi in Medio Oriente, per poter operare legalmente al di fuori delle restrizioni.
L’ambizione di ByteDance all’interno della supply chain non si ferma qui. Riguarda anche il percorso già compiuto da Google e che stanno affrontando, in termini diversi, altri attori come Amazon e OpenAI: lo sviluppo dei propri chip di intelligenza artificiale per affiancare attraverso acceleratori proprietari le soluzioni di NVIDIA, e ridurre così la dipendenza dal leader di mercato. ByteDance si è impegnata a lavorare su questi temi con Broadcom (l’azienda leader per le collaborazioni sugli acceleratori) e anche direttamente con TSMC, ma anche questi progetti hanno trovato ostacoli per problematiche di sicurezza nazionale. In ogni caso, indicano che ByteDance ha le risorse economiche e tecnologiche, oltre ai dati, per affrontare questo percorso.
Infatti, gli sforzi di ByteDance nell’intelligenza artificiale sono alimentati dalla vasta quantità di dati generati dai suoi utenti su app come TikTok, Douyin e Toutiao. I dati vengono utilizzati per migliorare gli algoritmi di raccomandazione e sono il perno di un business di intelligenza artificiale in crescita. ByteDance ha lanciato Doubao, unchatbot che ha raggiunto decine di milioni di utenti attivi ed era il più popolare in Cina fino all’arrivo di DeepSeek. L’azienda ha anche integrato la possibilità per gli utenti di Douyin di chattare con Doubao.
L’investimento di ByteDance è poi ancor più evidente nel capitale umano. Come gli altri giganti digitali e industriali cinesi, sta aprendo centinaia di ruoli legati all’intelligenza artificiale e avrebbe incaricato il suo team di ingegneri di concentrarsi sul raggiungimento dell’intelligenza artificiale generale, anche in risposta alla padronanza della narrazione raggiunta da DeepSeek. A conferma di questa spinta, a febbraio 2025, un ex vicepresidente di Google DeepMind si è unito a ByteDance come responsabile della ricerca per il team Seed, dedicato allo sviluppo di modelli di intelligenza artificiale.
Nonostante la rapida espansione e i notevoli investimenti, ByteDance ha affrontato sfide operative, legate anche alle incertezze sui vari mercati e alle tagliole del capitalismo politico. Nell’autunno 2024 TikTok ha tagliato centinaia di posti di lavoro a livello globale, inclusa una parte significativa del personale in Malesia. Nei licenziamenti possono inserirsi diversi fattori: un crescente ruolo dell’intelligenza artificiale nella moderazione dei contenuti in sostituzione degli operatori umani, ma anche il ruolo dei vincoli politici e delle varie restrizioni sulla capacità di calcolo da cui ByteDance può essere colpita direttamente e indirettamente, come la AI Diffusion Rule introdotta dall’amministrazione Biden a gennaio 2025, pesantemente criticata da NVIDIA e abbandonata dall’amministrazione Trump.
In questo scenario, ByteDance deve affrontare numerose incognite.
Nei conti della società, la parte che traina i profitti è quella cinese, ma allo stesso tempo il conglomerato cinese non può fare a meno degli altri mercati, pena una netta riduzione delle sue ambizioni. La “doppia circolazione” non può diventare un ritiro nella sfera interna cinese. Eppure, nessuno vuole stendere il tappeto rosso a TikTok. E se rivendica la sua indipendenza dal Partito Comunista Cinese, compaiono i singoli casi che possono fungere da smentite.
Alcune recenti domande che si possono porre su ByteDance sono, per esempio:
Il “momento DeepSeek” porterà nel medio termine a un suo ridimensionamento o a un ulteriore avanzamento nel campo dell’intelligenza artificiale?
Come mai Zhang Yiming non era presente al forum di Xi Jinping con gli imprenditori cinesi di febbraio 2025? Su quest’ultimo punto, l’assenza ha riguardato la volontà di Pechino di togliere la questione TikTok dai riflettori per la trattativa-calderone con Washington o c’è qualcosa di più profondo?
Il conglomerato tecnologico cinese ha lo stesso risorse colossali per assumere talenti. I suoi ricercatori vincono i premi come miglior paper in conferenze prestigiose sull’intelligenza artificiale (si pensi per esempio a NeurIPS 2024). Una forma di “Chimerica” esiste ancora nelle collaborazioni universitarie e scientifiche, nonostante tutte le tensioni. Si pensi a scienziati come Lei Li, founding director dell’AI Lab di ByteDance, in cui è stato da marzo 2016 a luglio 2021 dopo aver lavorato a Baidu, per poi tornare all’accademia statunitense (University of California, Santa Barbara, poi Carnegie Mellon). Oppure a Quanquan Gu, informatico che insegna alla UCLA e allo stesso tempo è research scientist di ByteDance, in cui guida tra l’altro i progetti legati all’intelligenza artificiale per la scienza. Questa capacità del conglomerato cinese di investire in scienza e ricerca, in collaborazione e competizione con gli altri attori dell’ecosistema, è una tendenza strutturale.
Una birra con Neil Shen
Neil Shen, con la sua HongShan, ha oltre 50 miliardi di asset under management. Mentre il teatro legislativo occidentale accelera i suoi passaggi, lui sta già valutando le startup cinesi impegnate nelle sfide a tutto campo sulla mobilità elettrica, sui semiconduttori e sulla robotica.
Nei suoi interventi, pone spesso l’attenzione sulla necessità che l’intelligenza artificiale trovi applicazioni concrete nella vita quotidiana e negli scenari di consumo, andando oltre la mera potenza di calcolo per generare un impatto tangibile sulla società. Per esempio, cita tre aspetti importanti per la strategia di investimento di HongShan di combinazione dell’intelligenza artificiale: IA+ Casa, cioè prodotti per il fitness intelligente come lo specchio interattivo di Fiture e dispositivi per la pulizia domestica intelligente come i robot di YunJing, che dimostrano come l’IA possa migliorare la vita domestica; IA+Assistenza agli Anziani, cioè uso del potenziale dell'intelligenza artificiale orientata ai servizi per migliorare le esperienze interattive e fornire assistenza personalizzata in contesti di assistenza comunitaria agli anziani, per cui cita investimenti in aziende come Fushoukang; IA + Sanità, che riguarda il miglioramento dei servizi di diagnostica ausiliaria (ad esempio, gli investimenti in Shukun Technology per la diagnosi coronarica assistita e Tuixiang Technology per lo screening della polmonite). Neil Shen ha inoltre ribadito nei suoi interventi il ruolo insostituibile della scienza e degli scienziati, definendoli “gli eroi dell’innovazione”. Questa visione è allineata con la grande attenzione della leadership cinese per la ricerca di base.
Il Re Mida della tecnologia cinese non tornerà più a Stanford come nel 2015 a dire agli aspiranti imprenditori di “seguire il loro cuore”.
Anche lui deve navigare in un’epoca politica ben più tempestosa di quella che ha fatto la sua fortuna, in anni irrepetibili.
Senz’altro il Congresso prima o poi gli intimerà di presentarsi a Washington D.C. per spiegare gli investimenti della Sequoia Capital a sua guida nelle aziende cinesi della fusione civile-militare. Neil Shen non ci andrà e allo stesso tempo continuerà a intrecciare il suo percorso con le frontiere della tecnologia. Come avvenuto a ottobre 2024, dove lo si è avvistato a Riyadh per la Future Investment Initiative in un consiglio di “changemakers” con altri grandi attori finanziari, mentre il comunicato dell’iniziativa saudita ha tenuto ad elogiare il CEO di TikTok Shou Zi Chew.
A novembre 2024, quando Jensen Huang ha ricevuto il dottorato onorario dalla Hong Kong University of Science and Technology, è andato a prendere una birra con i leader accademici e dell’innovazione, e tra di loro c’era anche Neil Shen, come ha sottolineato “South China Morning Post”.
Conclusione. Una storia infinita di nazionalismo tecnologico
TikTok è la grande saga del capitalismo politico perché ci pone in varie occasioni davanti al dilemma dell’allargamento della sicurezza nazionale rispetto alle esigenze di mercato. Fino a immergerci in un contesto confuso di nazionalismo tecnologico, dove non mancano mai le ipocrisie e le ambiguità.
In prospettiva, il futuro del nazionalismo tecnologico si annuncia ancora più disordinato dell’interregno in cui viviamo.
Pensate forse che l’India vorrà indefinitamente essere la terra di conquista dei vari Zuckerberg? La risposta è no. Mentre andiamo avanti nel tempo, i conglomerati indiani saranno sempre più aggressivi nella difesa del loro recinto, rivendicando una fetta più ampia della torta per ciò che è indiano rispetto a ciò che non lo è. È normale.
Inoltre, le varie geografie del Sud-est asiatico che rendono possibile la continuazione di un nesso tra Stati Uniti e Cina in via indiretta vorranno avere una fetta maggiore di vantaggi, per il ruolo che svolgono.
Non sappiamo come finirà la storia infinita di TikTok, e per questo vale la pena di continuare più o meno a seguirla e a commentarla.
In questo periodo, ci sarà ancora all’orizzonte un nazionalismo tecnologico confuso.
È una conseguenza del gioco delle recinzioni e degli steccati. Secondo la celebre immagine adottata nel 2023 dall’allora consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, Jake Sullivan, la volontà degli Stati Uniti è proteggere il primato tecnologico con “un piccolo cortile e un’alta recinzione”. L’immagine lascia il tempo che trova, considerata la vastità delle tecnologie e dei settori che Washington considera di sicurezza nazionale e la volontà di decapitazione tecnologica della Cina espressa con le nozioni, generiche e allargabili all’infinito, di fusione militare-civile cinese e di interessi di politica estera degli Stati Uniti. Queste nozioni sono poi influenzate e alterate dagli intricati rapporti e conflitti di interesse che abbiamo ricordato, con un alveare di personaggi che investono e vendono, tra le frontiere.
Chi vede erodersi la propria posizione di forza, pensa di avere il diritto di costruire e difendere la propria recinzione. In realtà, non sa bene come si costruisce la recinzione: con quali materiali, con quali obiettivi, con quali reali confini e dilemmi. E così resta impigliato in una storia infinita.
(Una versione ridotta di questo saggio è stata pubblicata in francese e in spagnolo su Le Grand Continent a giugno 2024)















